SENNA L’ULTIMO VIAGGIO A PADOVA. Oggi avrebbe compiuto 58 anni
PERSONAGGIO
DELLA SETTIMANA
21
MARZO 2018
Timer
Magazine - timermagazine.press
di
Beppe Donazzan*
Non
se l’aspettava proprio un inizio così nel 1994. La delusione, il volto tirato e
tanta, tanta tristezza, la fotografia di Senna (San Paolo 21 marzo 1960 – Imola
1 maggio 1994) seduto sul muretto di quella curva ad Aida in Giappone.
Schumacher,
venti punti di vantaggio. Venti a zero. Inaspettato per tutti.
Ripensava
a quanto accaduto in quei primi mesi, mentre stava per arrivare in Italia. A
Padova.
Imola
– chi l’avrebbe detto? – era diventata la gara più importante della stagione,
quasi un’ultima spiaggia per il suo Mondiale.
Con
il fratello Leonardo, Jacobi e Ubirayara, Ayrton, all’interno del jet
personale, riprende a parlare di affari, della nuova linea di mountain bike
realizzata dalla Carraro di Padova, alla quale ha legato il suo nome.
Mesi
addietro, prima di dare l’assenso all’operazione, aveva voluto vedere i
disegni, aveva dato suggerimenti, aveva voluto che il prodotto fosse al top, in
linea con il suo nome, “Driven to perfection”.
Ed
era proprio Padova, giovedì 28 aprile 1994, la tappa dell’avvicinamento a
Imola. L’Hawker 800 atterrava in perfetto orario, alle 11.25, sulla cortissima
pista dell’aeroporto padovano “Allegri”.
A
Imola non posso sbagliare
“Se
non fosse per lui, non vivrei mai in questa merda di mondo. Non ne posso più di
questa Formula 1”. Betise Assunçao è la preziosa, inseparabile ombra di Ayrton
sui campi di gara. È la press agent, il punto di riferimento per tutti i
giornalisti che seguono il Gran Premio. Curare l’immagine, pianificare
appuntamenti e interviste, stendere resoconti e inviarli a tarda sera, via
computer, alla sede della Senna Promoçoes, questo il suo lavoro. Betise, un
tassello fondamentale nella complessa organizzazione della “macchina” Ayrton
Senna fuori dalle piste.
Valigie
sempre in mano, sale stampa e aerei eletti a propria dimora. Non bella ma
carina, Betise. Quel tipo di ragazza brasiliana che non può non piacere. Sempre
sorridente, dolcissima con tutti, lo spot del perfetto addetto stampa. Capelli
lunghi raccolti sulle spalle, occhi scurissimi, seni generosi, T-shirt e jeans
attillati l’uniforme da lavoro. Portoghese, inglese, francese e italiano i suoi
lasciapassare nella Babele di lingue dei cronisti del “circo”.
Non
ha mai amato la frenesia della Formula 1. Soprattutto, ha sempre detestato le
rivalità, le bugie, le ipocrisie, distintivi sovrani nel mondo dei 300 all’ora.
Ayrton è diverso dagli altri, e lei vive per Ayrton, questo la spinge ad andare
avanti, a superare stress e arrabbiature, ad essere efficiente e premurosa
spalla del “suo” campione in qualsiasi momento della giornata. Da Rio a
Montecarlo, da Montreal a Imola. Per 365 giorni all’anno, notte e giorno. Un
lavoro oscuro, ma estremamente prezioso.
Anche
a Padova è arrivata puntuale, martedì 26 aprile, per preparare la visita di
Ayrton. Assieme a Celso Lemos, responsabile dei contratti della holding,
Betise, prima di recarsi a Imola, è stata incaricata di seguire da vicino
l’organizzazione della conferenza stampa di presentazione delle mountain bike,
prodotte dalla Cicli Carraro di Saccolongo, che porteranno il marchio Senna.
Un’occhiata alla sala Mantegna dell’hotel Sheraton, dove è in programma
la presentazione, un controllo alle cartelle stampa in tipografia, un ritocco
alla scaletta degli incontri e degli orari. Un giorno e mezzo gomito a gomito
con Enrico Cuman, titolare dell’agenzia pubblicitaria Il Telaio di Bassano del
Grappa, e con Andrea ed Enrico Carraro, dell’azienda produttrice delle
biciclette. Scrupolosa e perfezionista come il suo datore di lavoro.
Questo
con la Carraro è il secondo contratto “veneto” di Senna. Un anno prima c’era
stata la firma con la De Longhi per la commercializzazione degli
elettrodomestici della casa di Treviso in Brasile. Un buon affare per entrambi.
Nel business entravano ora le bici.
Il
Senna pubblico è documentato, passo passo, dal fotografo personale Noiro Koike,
al quale si affianca, quasi sempre, una troupe di Rede O Globo, la maggiore
emittente televisiva brasiliana. Anche la trasferta d’affari a Padova è un
avvenimento per il Brasile disperato che adora e che lo adora. “Il Brasile è
dentro il mio cuore. Ne sento la mancanza e, ogni volta che torno, provo una
gioia infinita. Quando decisi di venire a correre in Europa, è stato molto,
molto difficile separarmi dal mio Paese. Tanta saudade. Ancora oggi non riesco
a vivere bene qui da voi”.
Proprio
per sentire meno la nostalgia, la lontananza, per continuare a parlare e sentir
parlare la propria lingua, Ayrton aveva lasciato il lussuoso appartamento nel
centro residenziale di Fontvieille a Montecarlo e si era trasferito in
Portogallo, nella verde e tranquilla Algarve.
Il
Senna privato, schivo, impossibile da avvicinare. “Mi basta tornare a casa per
essere quello di un tempo. Mi piace giocare con gli amici e con la mia famiglia.
Mi sento tanto bambino. C’è bisogno di equilibrio tra serietà e spensieratezza,
e questo equilibrio penso di averlo trovato. Potrei dare l’impressione di
essere freddo, ma non è così. Ho un cuore. Mi è accaduto di piangere in
pubblico. Sono un emotivo e per questo ringrazio Dio, perché la vita, senza
emozioni e senza amore, è priva di senso. Alcuni, me ne accorgo subito, mi
amano, altri mi detestano. È stato difficile trovare un equilibrio in mezzo a
questa diversità di sentimenti. Ciò mi ha portato a vivere nella maniera più
solitaria possibile”.
Deus
Armand di Rede O Globo inquadra con la telecamera l’Hawker 800 che si arresta
nel piazzale dello scalo padovano. Quanti Gran Premi, quante interviste, quante
trasferte in giro per il mondo per documentare le imprese del tricampeao. Ed
anche quel giovedì 28 aprile è là, con la sua Sony in spalla, attento a non
perdere gli attimi che contano. Deus Armand, come la maggior parte dei
presenti, è anch’egli
Fa
caldo a Padova. Il profilo dei Colli Euganei è sfuocato dall’afa.
Dalla
scaletta un cenno con la mano, il suo viso che sembra sempre mostrare
imbarazzo, il sorriso timido, lo sguardo triste che fa impazzire le ragazze.
Eccolo Ayrton. Il programma è calcolato al minuto: visita alla fabbrica
Carraro, poi via allo Sheraton per la presentazione delle mountain bike.
Ad
una cinquantina di metri dall’Hawker c’è l’Agusta 109 bianca e blu dell’Alpi
Eagles, con le pale già in movimento. Deus Armand continua a filmare Ayrton
all’interno dell’elicottero, mentre parla con il fotografo Koike e con Enrico
Cuman che fa gli onori di casa. Cinque minuti di volo, poi l’atterraggio sul
piazzale erboso della fabbrica. Un centinaio sono le persone ad attenderlo. Per
lo più dipendenti dell’azienda che lo vogliono vedere, salutare. Ayrton si
ferma a parlare, stringe mani, firma autografi, gesti spontanei e consueti che
fanno sentire gli interlocutori importanti. Sensibilità e cortesia, i segreti
del suo incredibile successo con la gente.
I
Carraro lo invitano a visitare lo stabilimento, le linee di montaggio dalle
quali usciranno le biciclette firmate, gioielli di alta tecnologia. Ayrton li
segue curioso. È attento quando gli spiegano le metodologie di costruzione.
Ritorna bambino. Racconta la storia della biciclettina gialla che tanto
desiderava e che era stata il primo regalo della sua vita. “Avevo quattro anni
e quella bicicletta l’avevo vista nella vetrina di un negozio. Dopo pochi
giorni ho portato là mio padre Milton per acquistarla. Ci ho giocato tanto.
Quante corse e quanti ruzzoloni! Ero talmente affezionato alla mia biciclettina
gialla che ho continuato a usarla anche quando ero diventato grande e facevo
fatica a pedalare. Con gli amici facevamo delle gare strane. Vinceva chi
arrivava per ultimo. I miei surplace erano interminabili. Ero abile, andavo
pianissimo”.
I
ricordi, l’infanzia, la nostalgia del passato sono per lui tranquillanti che
gli fanno tornare la serenità interiore.
Si
sofferma davanti a una bacheca con le coppe vinte dalla squadra Carraro. La
competizione, il suo credo. “Io non corro né per gloria, né per denaro. Corro
perché mi piace fare il pilota. Il mio mestiere mi dà una quantità infinita di
emozioni. E queste non sono altro che il riflesso dell’amore che ho per le
corse. Quando non vinco mi sento bloccato, come se fossi un infermo”.
Betise
si aggira nervosamente nella hall dello Sheraton. Ha in mano una cartella sulla
quale è appuntata la scaletta della giornata. “Hai deciso cosa fare?”, mi dice
quasi seccata per non averla ancora informata su come intendo condurre la
presentazione. “Con lui andrò a ruota libera, senza programmare niente. Viene
meglio…”, le rispondo.
Il
rumore dell’elicottero che sta atterrando è come una scarica elettrica per le
trecento persone che lo stanno attendendo. Una parte corre verso l’esterno per
vederlo arrivare, un’altra cerca la sistemazione nelle prime file della grande
sala congressi.
Deus
Armand continua a filmare. Il servizio per Rede O Globo deve essere corredato
dalle immagini più significative della giornata padovana. Ed è anche la
presentazione della prima sessione di prove del Gran Premio di San Marino, che
si correrà fra 24 ore.
Giacca
verde, camicia e pantaloni bianchi, cravatta disegno cachemire, Ayrton cammina
lento circondato dalla gente. Non si vuole sottrarre all’abbraccio. Prima di
entrare nella sala, gli sussurro come inizierò la conferenza: “Prima
presentiamo la bici, poi parliamo di Imola…”. “Va bene”, risponde ubbidiente.
All’ingresso, afferra la bici che gli porgono ed entra nella sala tra gli
applausi. Con la sua dolce cantilena rilassa e ipnotizza la platea. Una ragazza
gli chiede se la Ferrari rientra ancora nei suoi programmi. “Fin da piccolo è
sempre stato il mio sogno. Volevo diventare pilota e ci sono riuscito. Volevo
diventare campione del mondo e anche quest’obiettivo sono riuscito a centrarlo.
Con la Ferrari sono andato molto vicino ma, all’ultimo momento, non sono
riuscito a concretizzare l’ingaggio. Allora l’ho fatto perché un bel sogno non
si deve guastare. Per non rovinare nulla bisogna che il matrimonio avvenga al
momento più opportuno. Non avrebbe senso guidare una Ferrari e prendere tre
secondi in gara. La vittoria sarebbe soltanto un’illusione. E in Formula 1 non
c’è spazio per le illusioni”.
Un’ora
sotto il tiro di domande. Finita la conferenza, in una saletta privata, una
lunga confessione, quasi uno sfogo sulla situazione della Formula 1. “Negli
ultimi tempi se ne sono andati molti personaggi. A questa Formula 1 sta venendo
a mancare ciò che vuole la gente: il grande pilota, il grande personaggio
dentro e fuori le piste. Per lo show business è un periodo di transizione molto
pericoloso. Se ne sono andati Mansell, Prost, Patrese, piloti che avevano fatto
la storia delle corse. Guidare veloce una macchina è una cosa. Ci sono dei
piloti in grado di farlo, ma non basta. La gente, sulle piste, non viene per la
macchina. A parte la Ferrari – ma è un caso unico – la gente viene per l’uomo.
Per il suo coraggio, per il suo carattere, per la sua personalità, per quella
capacità di dominare il mezzo. È l’uomo ad emozionare, non la macchina. Se
viene a mancare l’uomo con la U maiuscola, cade anche l’interesse, la motivazione,
lo stimolo a seguire le corse”.
Parla
del mondiale per lui in salita. “Schumacher ha un bel vantaggio, ma il
campionato non è ancora finito. Noi della Williams abbiamo accusato dei
problemi che spero non si ripresentino più. Imola è una pista veloce, dove la
potenza del motore Renault 10 cilindri mi dovrebbe aiutare. Potrebbe cambiare i
valori espressi finora. Le corse sono imprevedibili, ma certo a Imola non posso
sbagliare”.
Da
Padova a Imola in elicottero. L’inizio del più atroce weekend della Formula 1.
tratto
dal libro “IMMORTALE, AYRTON SENNA IL CAMPIONE DI TUTTI” Edizioni Ultra Sport
Castelvecchi Roma 2014
giornalista,
autore del libro “IMMORTALE, AYRTON SENNA IL CAMPIONE DI TUTTI”
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